Tempo di lettura: 4 minuti

Se il forte accento non ne tradisse subito la provenienza, con le sue urla facili, i capelli viola, la volgarità, la personalità esagerata, Wanna Marchi potrebbe essere scambiata per un personaggio del circo trumpiano.

Ce lo ricorda Netflix, che le dedica Wanna, una docu-serie in quattro parti in cui ne vengono ricordate ascesa e caduta. Assieme a lei, l’inseparabile figlia, Stefania Nobile. 

In Wanna, diretta da Nicola Prosatore, scritta da Alessandro Garramone e Davide Bandiera, è la stessa Marchi a raccontarsi, riprendendosi un palcoscenico ormai abbandonato da tempo, a causa della condanna – ormai scontata – a 9 anni e mezzo per associazione a delinquere, truffa aggravata e bancarotta fraudolenta. 

wanna

La donna dietro la maschera

Ne viene fuori il ritratto di una donna ambiziosa, dannatamente brava, compiaciuta del proprio successo e forse nemmeno consapevole, ancora, delle proprie azioni.

Per dirne una, che però spiega bene la posizione delle intervistate, in uno dei passaggi più fastidiosi e insopportabili, Stefania Nobile prova pure ad attribuire all’ingenuità delle proprie vittime la colpa delle truffe. 

Il racconto prende il via dal matrimonio con Raimondo Nobile, dopo un rapido accenno alla famiglia numerosissima in cui lei cresce.

Wanna Marchi ha solo 18 anni quando sposa Raimondo, ma è un’unione tutt’altro che felice. Ne ricorda le violenze, i tradimenti e, pur non rinunciando alla solita verve, la donna che sta dietro alla maschera pare venire fuori per qualche istante. 

Si rimbocca quindi le maniche, perché capisce che a mandare avanti la famiglia e i figli, Maurizio e Stefania, dovrà essere lei.

Sono ancora lontani i tempi delle pozioni magiche, le truffe, la televisione, ma Wanna Marchi è già a caccia del riscatto e della gloria. Non le basta solo guadagnare, vuole essere riconosciuta. 

wanna
Mario Pacheco do Nascimento

Il rapido successo di Wanna

L’occasione le arriva con le televisioni private. Lei ha la faccia, ha l’atteggiamento giusto per catturare l’attenzione e convincere gli spettatori a comprare.

Scopre di essere brava, la più brava. Urla, urla tantissimo e offende le donne in sovrappeso, le mortifica, le umilia. “A nessun uomo al mondo piace un elefante nel letto”, dice. Loro le credono e comprano la crema “scioglipancia” che Wanna Marchi assicura essere miracolosa. 

“Dov’è la truffa? Spiegamelo. Secondo te, perché noi ne abbiamo venduta per vent’anni? Non esiste italiano che non abbia comprato uno “scioglipancia” firmato Wanna Marchi. Si vede che funzionava, ti pare?”

Secondo Raimondo Nobile, il successo in televisione cambia profondamente la donna.

E intanto arrivano anche i soldi, miliardi di lire, l’inseparabile Mercedes, la villa, il lusso, la fama. Le reti nazionali si accorgono del fenomeno e lo rilanciano, così Wanna Marchi si ritrova ospite nelle trasmissioni di Pippo Baudo, Piero Chiambretti, Enzo Biagi. 

wanna
Jimmy Ghione

Wanna l’imbonitrice

Sarebbe potuta essere la storia di rivalsa di un personaggio sui generis, invece, ben presto, quella di Wanna Marchi e Stefania Nobile diventa una storiaccia. 

Una prima condanna per concorso in bancarotta fraudolenta, per il fallimento della propria società, arriva nel 1990. Undici anni dopo, il castello crolla definitivamente.

La trasmissione Striscia la notizia, con la complicità di una donna che finge di essere interessata ai prodotti di Wanna Marchi, ne svela le truffe.

L’accusa è quella di aver indotto i propri clienti a pagare ingenti quantità di soldi per nient’altro che sale, edera e altre sciocchezze, con la promessa che avrebbero liberato dal malocchio il malcapitato. 

A sporgere denuncia contro la società di Wanna Marchi, Stefania Nobile e Mario Pacheco do Nascimento, spacciato per santone, sono 132 persone.

Il 4 marzo 2009 la sentenza della Cassazione chiude definitivamente il processo, riconoscendo le accuse contro i tre. 

wanna
Wanna Marchi

Netflix in Italia

Ancora una volta, come aveva fatto due anni fa con SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, Netflix trova la chiave giusta per riproporre una storia già ampiamente nota, su cui ognuno, o quasi, può avere una sua opinione.

Lo fa evitando vecchi cliché da tv generalista, con un linguaggio nuovo, riuscendo a prendere il più possibile dai suoi protagonisti. 

Non è un mistero che la produzione italiana di Netflix lasci spesso a desiderare, a parte, forse, l’eccezione di Paolo Sorrentino, che col suo È stata la mano di Dio ha potuto sperare di nuovo nell’Oscar. Per il resto, serie televisive e film si sono spesso rivelate mediocri, quando non addirittura pessime. 

Il caso delle docu-serie è, però, diverso.

In entrambe le occasioni, ne viene fuori il racconto crudo di un’Italia contraddittoria, retorica, finta. In SanPa, erano le violenze taciute; in Wanna, è il disagio di una società più fragile di quanto non si volesse vedere.

×